foto patdesign da flickrPossa il vento essere sempre alle tue spalle
Possa il sole splendere caldo sul tuo viso
la pioggia cadere morbida sui tuoi campi
e finché non ci rincontreremo
ti tenga Iddio nel palmo della mano
(ghost writer: Pompeo Spagnoli, barbiere e reduce)
foto patdesign da flickr
"C’è una crepa in ogni cosa, da lì entra la luce"
Leonard Cohen,Ring the bells Ventidue anni sono trascorsi da quella mattina del 26 giugno del 1997, in cui Ingemar Lindh moriva a Malta. Il suo Istituto Svedese di Arte Scenica era arrivato a Pontremoli nel 1984 e, tra piccole e grandi difficoltà, era rimasto per tredici anni. Luogo di ricerca, studio, formazione teatrale, fece di Pontremoli la meta di gruppi di giovani da tutta Europa. Era però una missione che non coincideva con i nostri pregiudizi e le nostre preferenze. Era una crepa nel nostro muro, e non vedevamo la luce che da lì entrava. Come tanti, tendiamo a credere che tutto il mondo sia il nostro film, dove noi siamo i divi e tutti gli altri sono semplici comparse mentre la vita è in realtà una straordinaria e sorprendente improvvisazione collettiva. Credo che in quegli anni Pontremoli, allontanando da sé Ingemar, abbia perso un treno annunciato. Pontremopolis era il titolo, evocativo, di uno degli ultimi spettacoli dell'Istituto d'Arte Scenica.
"Nonostante che uno faccia qualcosa di diverso dagli altri, egli partecipa fatalmente a ciò che gli accade intorno e ne diventa parte. Attraverso i suoi atti concreti l’individuo è costantemente in rapporto con la società. Nel momento in cui prova a partecipare in generale, viene escluso": questo raccontava Ingemar. Nell’attenzione al particolare, all’atto concreto, risiede il segreto dell’improvvisazione collettiva. Una lezione di teatro e di vita, mentre da più parti con sollecitudine interessata ci vorrebbero, oggi come ieri, spettatori ai margini o coprotagonisti cooptati e allineati, comunque esclusi.
Re Carlo tornava dalla guerraEra arrivata l'alba di un giorno nuovo e lui non capiva perché. Per tempo aveva presidiato i titoli dei giornali. Aveva portato un'overdose di promesse - terme, golf, casello autostradale - ed aveva pure un progetto per la Sacra Sindone. Sapeva come posare le prime pietre anzitempo. Con cattiveria sovradosata aveva attaccato gli avversari. Aveva adattato le pieghe del viso allo stampo di Bettino, gli era venuto naturale da subito e fino ad allora l'immagine aveva funzionato. Davvero non capiva perché ora a Villafranca dovesse iniziare un giorno nuovo. Nell'incertezza si avviò all'uscita.
- Dio ci mette alla prova...
- Ma non poteva darci una prova scritta?
(Woody Allen, sul campo di battaglia in Amore e Guerra)
Ebbene sì, qualcuno ha sperimentato anche la prova scritta. Tonino Melis, missionario saveriano,è anche linguista e antropologo. In mezzo all'Africa,nella regione abitata dal popolo Masa tra Camerun e Ciad, ha lavorato per vent'anni alla realizazione del primo vocabolario della cultura Masa. Uno strumento antropologico, un'offerta di dignità, un atto di fede. Un percorso di vita, con dubbi, ricordi, ansie e inquietudini."L'uomo che cerca parole" è il film che narra questo progetto. Giovedì sera 4 giugno al Manzoni. Da non perdere. Perché al film ha lavorato anche Nicola Tasso, perché chi cerca parole ha la nostra istintiva simpatia, perché anche chi vive "nel buco del culo del mondo" ha una storia da raccontare.