sabato 17 ottobre 2009

Pane e romanzi

"Io non so spiegare scientificamente perché un disco di pane azzimo (acqua tiepida, sale e farina) può diventare strepitosamente buono. Neanche uno scienziato troverebbe facilmente la formula esatta che rende i testaroli di Pontremoli qualcosa di così unico. Tutto ciò che so - perché lo si tramanda da tempo e l' ho visto fare - è che il merito va al testo lunigiano, il fornello dove si cuociono, al fatto che la fonte di calore è la fiamma viva di un fuoco di legna e che la farina è di grano autoctono. Il testo si maneggia con due buone braccia: è circolare, di ghisa (un tempo di terracotta), composto da due parti che si chiudono su se stesse. Il testarolo invece, una volta cotto, si taglia a losanghe, si sbollenta e si condisce con un pesto di basilico, parmigiano o pecorino, olio extravergine: la semplicità eletta a forma d' arte. Quello artigianale pontremolese è sottile, leggero e poroso, niente a che fare con quelli industriali, di solito compatti, spessi e pesanti. Ma che ci importa della formula che li rende speciali: sappiamo che molto sta nella bravura dell' artigiano e nell' umile utensile, il testo, che è anche capace di schiudere un mondo di storie e di altre vite, soprattutto qui a Pontremoli. Mentre in casa si arroventava il testo, gli uomini calpestavano i sentieri della Via Francigena con la gerla o il carretto stipati di libri. In questa cittadina medioevale dall' Alta Lunigiana il commercio librario esisteva fin dal Seicento, ma la cosa straordinaria fu l' esodo peregrinante da queste terre, Montereggio in primis, di generazioni di venditori ambulanti di libri. Si chiamavano Maucci, Tarantola, Bertoni, Fogola, Vannini, Giovannacci, Rinfreschi e, raggiunte le città più grandi e acquistati stock di volumi dagli editori con i proventi della vendita di formaggio, legname, castagne, si disperdevano per l' Appennino e su verso la Pianura Padana carichi di romanzi, poemi epici, storie di santi, testi bollati dalla censura oscurantista. Pellegrini dell' Ottocento, i librai pontremolesi, come prima lo erano stati i devoti che percorrevano i tracciati calcati dal vescovo Sigerico per raggiungere la Città Eterna dalla lontana Canterbury. In cambio del pane questa gente vendeva il pane dello spirito e i più giovani crescevano nell' odore della carta stampata. Mi piace pensare che questa vicinanza li rendesse curiosi e non solo avidi di incassare, uomini civili oltreché commercianti, un po' poeti nel portare con sé l' Adelchi del Manzoni, mai soli, anche senza una casa. Forse tra i primi librai ambulanti pochi sapevano leggere, ma conoscevano a memoria passi dell' Orlando furioso con cui incantavano i contadini dei villaggi e i cittadini che si avvicinavano alle loro bancarelle. Intanto il fenomeno si era esteso con il perfezionarsi delle vie di comunicazione e il rafforzarsi dello spirito imprenditoriale dei librai, tanto che nell' Ottocento essi si spinsero all' estero, in Francia, Spagna e nell' America centromeridionale. Molti tornarono in Lunigiana e nel 1952 si organizzò il primo raduno nel corso del quale si decise di lanciare il Premio Bancarella, l' unico premio letterario gestito dai librai. Nel 1953 fu assegnato a Ernest Hemingway con Il vecchio e il mare; l' anno successivo sarebbe toccato a Giovanni Guareschi e, via via, al Pasternak de Il dottor Zivago o al Singer de La famiglia Moskat. Quasi sessant' anni, dunque, per la bella festa dei libri di Pontremoli - che nel tempo ha ideato anche sezioni dedicate alla cucina, al vino e allo sport - a ricordare una tradizione antica e affascinante." - CARLO PETRINI - Pane e romanzi in Alta Lunigiana, da Repubblica Viaggi 14 ott 2009 pag13

Un tempo, un altro giornalista, Giorgio Bocca, anch'egli di passaggio a Pontremoli nella sua rubrica su L'Espresso - cito a memoria - scriveva: "mi hanno portato un piatto di pan bagnato condito con pesto, accompagnandolo con un vinello pallido e acidulo che definirlo vino era davvero troppo". Era un invito a non indulgere al culto ossessivo della tradizione o alla celebrazione ad occhi bendati della cucina povera. Era trent'anni fa o giù di lì.
E'assai diverso il taccuino di viaggio di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, nei giorni scorsi a Pontremoli. Sembra portare con sé, come fosse una bussola, una frase del Talmud: "Colui che non ha la terra sotto i piedi non è un uomo". Con occhi esercitati al contatto con la terra, con le sue radici e i suoi germogli, offre una lettura di questo nostro paese che incanta e lusinga oltre misura. Ed al di là delle elegiache visioni il legame con la terra è assolutamente reale.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

un altro si scrive senza apostrofo...

Barbér Pompeo ha detto...

touché...

el picador ha detto...

forse il problema di Giorgio Bocca non è legato nè al testarolo nè al vinello... è il suo costante bruciore di stomaco che lo inganna. d'altra parte se uno è costantemente corrosivo e inc****to con il mondo, come può gustare la semplice unicità di un testarolo? peggio per lui, noi altri -con il buon Petrini- sappiamo accontentarci...