sabato 21 marzo 2009

Le stagioni dell'amore

ai lampioni del ponte del Casotto,

“La mattina dopo non l'ho vista. Strano, ho pensato, di solito appena si sveglia viene in camera mia a salutarmi. Aspetta discreta che le infermiere mi alzino e che mi mettano seduto sulla carrozzella e mi porta nel salone per fare colazione. Non vedevo l'ora di vederla, quel giorno più che mai, non vedevo l'ora di ringraziarla, quel giorno più che mai, non vedevo l'ora di dirglielo che mi ero emozionato, che avevo pianto. Ho aspettato, come al solito, come al solito osservando la crepa sul soffitto, anche se questa volta quasi non la vedevo, perché avevo ancora negli occhi le stelle, e quel soffitto mi pareva il cielo di notte, quando la luna non c'è.
Le infermiere sono arrivate ciabattando. Erano due nuove, e giovani, non è neppure un mese che lavorano qui. Appena possono quasi tutte se ne vanno da un'altra parte. Una di loro mi ha detto che quando fanno la scuola gli dicono che andranno a fare un lavoro altamente professionale, pieno di responsabilità. Queste si immaginano che sarà come fare l'infermiera in un telefilm americano e invece finiscono a pulire dei culi. Bisogna capirle.
In ogni modo, anche se non mi guardano quasi - o forse proprio per questo - mi allungano qualche improbabile complimento sul mio bell’aspetto di stamattina, mi lavano sbrigative e mi cambiano il pannolone sempre parlando fitto tra di loro. Una mi dice: «Allora, nonno, ma non ci aiuti proprio per niente. Sei proprio un pigrone eh?».
Non mi dà il tempo di risponderle - ma non le avrei risposto neppure se mi avesse dato il tempo di farlo - di dirle che non è la pigrizia che m'impedisce di aiutarle, ma l’ictus, o la vecchiaia, che chiede alla sua amica se era buona la pizza che ha mangiato sabato sera non so dove, e mentre iniziano a vestirmi per poi mettermi in carrozzella riprendono a parlare di pizze e di posti dove le fanno buone. Dopo due tentativi poco convinti di interrompere il flusso dei loro discorsi, alzo, con grande fatica, il tono della voce e chiedo:
«Sapete perché non è scesa la signora Mattei?».
«La signora chiii?» risponde la meno distratta.
«La signora Elena Mattei» dico io, «la numero trentasei.»
«Ma la trentasei non è quella che è morta stanotte?» dice l'infermiera rivolgendosi all'altra.
«Sì» risponde quella, «un infarto, l'hanno portata via con l'ambulanza che ancora respirava, ma è morta prima di arrivare in ospedale» poi, rivolgendosi a me, dice ancora: «La conosceva bene?».
Ho chiuso gli occhi, per un attimo, e in quell'attimo l'ho rivista che mi sorrideva radiosa e mi diceva ti porto a vedere le stelle. Ho sperato di non riaprirli più, di morire accompagnato dal suo sorriso. Impossibile, troppa grazia, io vivo, nonostante tutto io vivo. Se è vero che i sogni ci aiutano a vivere allora io vivo perché il mio sogno è morire.”


Nel racconto di Lorenzo Licalzi (da: Che cosa ti aspetti da me? Rizzoli 2005, un romanzo di commovente ironia) lo smarrimento, dopo la perdita dell'amore, di un anziano in casa di riposo. Nella cronaca di questi giorni il tragico volo dalla finestra del Pensionato Cabrini di un’anziana ospite, subito dopo l’improvvisa morte del marito. Amore e disperazione in un unico atto. Non concordo con quanti, stupiti o scettici, negano all’amore da vecchi dignità di sentimento. Sciocca e crudele negazione degli affetti. Legami non meno forti di quelli certificati dai lucchetti incatenati ai lampioni del ponte del Casotto. Gesti a inseguire tendenze, di giovani insieme selvatici e allineati ma alla ricerca anch’essi di una stagione d’amore.

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