Visualizzazione post con etichetta libri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta libri. Mostra tutti i post

domenica 20 dicembre 2009

Un libro per salutarci

"Il libro è come un cucchiaio, il martello, la ruota, le forbici.
Una volta che li hai inventati, non puoi fare di meglio"
U.Eco, Non sperate di liberarvi dei libri

Non trovo modo migliore per salutare tutti gli amici del blog e augurare loro Buon Natale che suggerire ancora una volta qualche titolo.

"Una testa selvatica" di Marie-Sabine Roger (Ponte alle Grazie) è la storia dell'incontro tra lo scemo del villaggio e una vecchietta. Diversissimi, lui è semianalfabeta, lei lettrice, lui vive in una roulotte, lei ha girato il mondo. Ma hanno in comune la solitudine, l'amore per i libri, la simpatia per i piccioni. Per lui diventa la nonna che non ha mai avuto e che lo inizia alla comprensione e all'uso delle parole, che gli servono anche per definire i sentimenti, all'inizio con pudore, poi con naturalezza. E' un incontro magico, in un parco dove di solito ci si ferma, ma senza osservare con attenzione l'umanità che lo popola. Bellissima la citazione di Ba (scrittore africano): "Quando un vecchio muore, è come se una biblioteca bruciasse"

"Francobollo d'addio" di Heloneida Studart (Marcos Y Marcos) è un bel romanzo di indiscutibile impronta sudamericana, con le sue atmosfere passionali e i personaggi che non sono mai quello che sembrano. Soprattutto le donne, le vere protagoniste, sia quelle vive che quelle morte, in lotta per la propria affermazione, contro chi le vuole solo vittime. E, sullo sfondo, corruzione, favelas e una dittatura assassina. Ma anche l'amore, quello che va oltre la morte. E l'odio, che spingerà all'omicidio del marito-padrone. Un omicidio rivendicato con fierezza, esaltante come un orgasmo. Scrittura ricca e affascinante, come solo i sudamericani.

"Quando Nina Simone ha smesso di cantare" di Darina al Jaudi è un'altra storia di donne, per la precisione di una libanese anticonformista, educata dal padre (un intellettuale ateo) alla più completa libertà, al rifiuto di qualsiasi tipo di condizionamento, religioso o sessuale che sia. Ma nella Beirut martoriata dalla guerra civile, una donna è pur sempre una "bestia da tiro", cui non è consentito manifestare sentimenti, tantomeno esigenze. L'ospedale psichiatrico sarà la conseguenza del suo ribelle modo di vivere. Ne uscirà non domata, ma rifiuterà la città (ormai semipacificata), che pure ha sempre amato, per volare a Parigi.

E per gli irriducibili non lettori c'è un libretto di 50 pagine, che contiene decine di romanzi. Si tratta di "Romanzi in tre righe" di Felix Feneon (Adelphi). Uno: "A Cliché un mendicante settantenne, certo Verniot, è morto di fame. Nel suo pagliericcio sono stati ritrovati 2000 franchi. Ma non bisogna generalizzare". Oppure:" L'ex sindaco di Cherbourg, Gosse, era nelle mani del barbiere. Ad un certo punto ha lanciato un grido, ed è morto. Ma il rasoio non c'entra".

Buona lettura e buon 2010 a tutti!
(by Annacarla)

domenica 25 ottobre 2009

Il Medioevo e la mosca Carnaria


medievalis2009,foto barber pompeo

"I libri si dividono in due categorie:
i libri per adesso e i libri per sempre"
(John Ruskin)
Per una strana combinazione ho letto "Carnaria" di Fabio Baroni, Pacini Fazzi editore, proprio mentre infuriava la mega festa di Medievalis e non ho potuto non rilevare lo spirito che accomuna il libro all'evento dell'estate pontremolese: la rievocazione di un medioevo finto, infarcito di luoghi comuni.
Il romanzo, secondo quanto afferma nella postfazione l'autore, nasce dal ritrovamento, nel castello dell'Aquila, a Gragnola, di uno scheletro che in una vertebra aveva infissa la parte metallica di un berrettone di balestra con sopra uova di mosca. Lo spunto perfetto per un romanzo d'ambientazione medievale! E quindi il viaggio del soldato Wolfango alla ricerca di un documento chiuso in una cassettina di marmo.E la carnaria del titolo? E' la mosca che si nutre del sangue e del corpo già decomposto di un cadavere.
C'è, nel romanzo, la persecuzione dei Templari e la storia delle Sante Marie del mare. E c'è anche Dante Alighieri, che dà il via alla ricerca della reliquia. Un Dante un po'bizzoso, in verità, indispettito con chi non mostra di apprezzare la sua poesia. Ci sono il Graal, l'Abbazia di Cluny, la sentenza di Ponzio Pilato che assolve Gesù Cristo.
C'è tanto, c'è troppo in un breve romanzo di 132 pagine. E quindi c'è poco spessore. Una storia artificiosa, confezionata in una serie di banalità. Inoltre la scrittura non aiuta. La scelta di una paratassi estrema in molti capitoli, appesantisce invece di snellire la lettura. Così come l'aggettivazione eccessiva, debordante. E i passaggi repentini dalla prima alla terza persona, il colloquio interiore con la madre, le espressioni così costruite da sfiorare il ridicolo (..Ero un uomo. E un uomo se ne va. Se ne deve andare.). Per tacere dell'incontro d'amore con Gabrielle...
Insomma, un pastiche, un medioevo molto di maniera, sull'onda delle varie rivisitazioni, oggi tanto di moda. Peccato che il proposito, nobilissimo, di "intellettuale indigeno" di essere la voce narrante della Lunigiana e della Garfagnana, non sia andato a buon fine. La Carnaria s'è mangiata l'occasione.
(by Annacarla)

sabato 26 settembre 2009

Ennio Flaiano,sulla strada di Pontremoli


"Così ragionando, arrivammo sulla strada che porta al colle della Cisa, e qui la domenica italiana era nel suo fulgore pomeridiano. Non soltanto nei paesi ma anche lungo la strada, nei tornanti che avviluppano i colli a guardia del Taro, il passeggio festivo era intenso, sbadato, animato di conversazioni e di giuochi, sicché sembrava che stessimo attraversando un’unica immensa città. Per buon tratto seguimmo a passo d’uomo una processione, anzi la nostra macchina che chiudeva il corteo dei fedeli, ne fu, a giudicare dagli sguardi delle Figlie di Maria, l’attrazione più vistosa.
Fermi davanti ai bar e alle osterie, gli uomini discutevano immobili come statue scese dai loro piedistalli, con quel peso che soltanto la gente di campagna riesce a far sentire nelle loro membra. Passavano i carabinieri di servizio, col sottogola e il moschetto, un cacciatore se ne andava col cane in motocicletta, con le zampe sul manubrio anche lui, nella improvvisa serietà dei cani che fanno una cosa da uomo; o un gelataio ci guardava masticando un filo d’erba.
In piena solitudine ci salutavano ragazze ardite vestite a festa, che passeggiavano allacciate raccontandosi i loro segreti d’amore, oppure parlando della nuova moda, mentre i giovani sornioni le seguivano giocando con una palla e fingendo, al nostro passaggio, di perdere l’equilibrio e di voler finire sotto le ruote della macchina. Ci arrivavano le loro allegre risate, più spesso le urla di aggressiva ammirazione per la barocca architettura dell’automobile. Fermandoci nei vasti spiazzi dei tornanti a guardare la lontana città immersa nella sua caligine azzurra sentivamo lo stormire degli alberi, il fresco fiato della valle che si apriva ai nostri piedi, col largo fiume ghiaioso.
Era un’Italia così intima nel suo riposo da toglierci ogni meraviglia per gli spettacoli che dovevano seguire: la improvvisa corsa di biciclette che si annunciò e ci superò verso Pontremoli, in un festoso arrancare di colori e di grida di incitamento, con quei giovani dall’occhio spento nello sforzo della pedalata e gli ultimi che venivano senza perdersi di coraggio, ma anzi a non far sorridere del loro ritardo; o la giostra all’uscita di un paese, quattro sedili che volavano nel vento, un gruppetto di ragazzi in attesa del loro turno, quei ragazzi della domenica vestiti e ravviati come ometti, l’orlo di un fazzoletto che sbuca dal taschino della giacca; o la fermata ad un passaggio a livello, dove continuavano il via-vai, inchinandosi sotto le sbarre, famiglie anch’esse vestite a festa, le bambine con la borsetta, le mamme col cappotto nuovo, i padri presi dalla giusta malinconia di un pensiero familiare.
Poi, altro inevitabile errore di quell’ormai persa giornata, imbucammo la strada che porta a Viareggio costeggiando il mare."


E' solo un frammento tratto da un racconto di Ennio Flaiano (introduzione a "La domenica degli italiani" album di istantanee di Lori Sammartino 1963,riedizione 2009)
Una domenica d’aprile di fine anni Cinquanta, sulla strada di Pontremoli. Negli stessi anni Kerouac vive e scrive la sua “On the road”. Lo so, è solo una coincidenza e il paragone è avventato. Ma quel periodo, quel paesaggio oggi stinto e irriconoscibile, quella passione curiosa per il viaggio, quel desiderio intimo di uscire dalle umane frontiere mentali induce alla stessa nostalgia. Ed a togliere almeno una sera alla televisione per concederla a Flaiano.

sabato 12 settembre 2009

La scuola che fa male

"Perché un bambino cresca bene,
occorre un villaggio intero"
(proverbio africano)
Ci siamo appena lasciati alle spalle gli esiti dell'anno 2008/09, con il suo vertiginoso aumento di respinti, con o senza 5 in condotta. Migliaia di non ammessi (esempio? 70.000 ragazzi tra la prima e la seconda media ripeteranno l'anno), in nome del rigore, della severità, del merito. Perché tante ripetenze? Per troppe assenze? Per cattiva condotta? Per profitto insufficiente? Un dato su cui riflettere è che una parte consistente dei respinti è composta di figli di immigrati, alle prese con le difficoltà della lingua e dell'integrazione.
Un contributo interessante alla comprensione dello stato attuale delle nostre istituzioni scolastiche ci viene fornito da Maurizio Parodi (*) con "La scuola che fa male" ed. Liberodiscrivere. E' un percorso disincantato e impietoso (ma non rassegnato) attraverso i mali che affliggono una scuola che è fonte di disagio e disadattamento per migliaia di bambini, che condanna (spesso i più poveri) all'ignoranza, che non sa motivare, interessare, coinvolgere. Che divide, a partire dagli spazi e dai tempi; che controlla, a partire dalla "postura pedagogica"(sembra che si possa imparare solo stando seduti).
E tutto ciò senza che nasca da un vero progetto, anzi Parodi individua una serie di "postulati pseudopedagogici"che sono fondamento di pratiche didattiche diffuse, in realtà privi di attendibilità. Uno per tutti: "L'insuccesso scolastico è dovuto all'inadeguatezza del soggetto". Facile, no? Così la scuola si autoassolve e si giustifica per i migliaia di bocciati.
Il ritratto emerso spiega il disagio e il malessere dei ragazzi, afflitti da malattie psicosomatiche e no, che escono dalla scuola"alfabetizzati" ma non lettori (anzi, il libro diventa, come per Pennac, un oggetto contundente), non scrittori, non autonomi, spesso incapaci di decidere e comunicare.
Se si fermasse qui, l'autore non farebbe altro che avallare e rafforzare quella diffusa percezione negativa, avvalorata da rapporti OCSE e quant'altro.
Parodi indica però percorsi alternativi, anche se solo abbozzati: non il "lasciar fare", ma il "lasciar essere" (gli studenti messi in grado di sperimentarsi, osare, rischiare), secondo il famoso slogan di Maria Montessori "Aiutami a fare da solo".
Parole chiave; accoglienza, esplorazione, scoperta, movimento, gioco. Senza dimenticare che la diversità è un valore. E non è poco in tempi in cui si sollecita la scuola a denunciare gli irregolari, figli di coloro che non hanno permesso di soggiorno, che sono poi quelli che della scuola hanno più bisogno.
Eppure. Eppure non riesco a scrollarmi di dosso un senso di disagio: un simile disastro implica un ritratto impietoso degli insegnanti, perché in fondo sono loro che praticano un insegnamento apodittico, che controllano, giudicano, valutano, impartiscono compiti.
Inoltre la lettura di questo testo entra a far parte di una "Campagna di rieducazione pedagogica nella scuola" dal titolo "Primum non nocere". Ecco, ancora la scuola che nuoce. L'insegnante che nuoce. Dove l'ho già sentito?
Il rischio è di contribuire a quella retorica dello "sfascio" che mi pare non necessiti di altri sostenitori. Davvero la scuola produce guasti inenarrabili? Davvero distribuisce solo dosi massicce di demotivazione? Davvero è solo luogo di malessere e inadeguatezza?
Credo che il quadro di Parodi, appartenga alla patologia non allo stato fisiologico della scuola italiana, che è anche spazio del dialogo e dell'accoglienza, improntato spesso a quello che Giuseppe Lombardo Radice definiva "contagio positivo", lo scambio tra chi insegna e chi apprende, unico antidoto alla scuola della paura e delle sanzioni. Nonostante il taglio di ore, fondi, laboratori, compresenze.
Il vero fallimento è perdere ragazzi per strada, a qualunque nazionalità appartengano.
A quella di Flaiano "Tutto quello che non so l'ho imparato a scuola", preferisco una citazione di Victor Hugo: "Se chiudi una scuola, apri una prigione"

(*)Maurizio Parodi, pontremolese di nascita (1956) e primi studi è dirigente scolastico assegnato all'Istituto Regionale di Ricerca Educativa della Liguria.
(by Annacarla)

domenica 10 maggio 2009

Il ritorno dei libri defenestrati

Metti che da anni alla biblioteca civica non siano dati soldi per l'acquisto di libri nuovi, metti che da anni interi scatoloni di libri siano conservati ormai consunti nei fondi della biblioteca per inadeguatezza degli spazi, metti che si trovi in Regione un finanziamento per l'acquisto di libri nuovi in sostituzione dei libri irrimediabilmente deteriorati e senza valore, metti che la scelta dei libri di cui disfarsi sia affidata a persone esperte ed appassionate, metti che la scelta ingrata sia fatta, metti che al termine della fatica qualcuno getti dalla finestra i libri sbagliati, metti che a quel punto un pensiero diverso si affacci alla mente: metti che il prossimo anno i libri di scarto prendano il volo non verso i cassonetti ma verso le cassette delle librerie di strada e che lo scambio dei libri diventi una consuetudine diffusa in tutte le vie del centro. Forse allora la "città del libro" potrebbe diventare "la città dei libri". Vogliamo mettere?

sabato 28 febbraio 2009

L'innovazione che ti è accanto


E' davvero uno strano posto, Pontremoli. Dopo tutto, vien da pensare, l'innovazione è qui tra noi. Inconsapevole e frammentaria ma c'è. Un articolo e una querelle culturale di questa settimana me lo fanno credere. L'articolo è dello scrittore Paulo Coehlo su Wired, la nuova patinata rivista italiana dedicata all' innovazione. "Liberiamo i libri", dice. “In realtà non possiedo molti libri. Alcuni anni or sono ho fatto determinate scelte di vita, improntate all'idea di cercare di ottenere il massimo della qualità con il minimo di oggetti materiali. Questo non significa che io abbia optato per una vita monastica; anzi, all'opposto, quando non siamo obbligati a possedere un numero infinito di oggetti, la nostra libertà è immensa. …Naturalmente continuo a comprare libri: nessun dispositivo elettronico li può rimpiazzare. Ma appena ho terminato di leggerne uno lo lascio libero di viaggiare, lo passo a qualcuno o lo consegno a una biblioteca pubblica. Il mio intento non è quello di salvare le foreste o di mostrarmi generoso; è solo che penso che un libro abbia un'esistenza propria e non debba essere condannato a restare immobile su uno scaffale. …Quindi lasciamo che i libri viaggino e che altre mani li tocchino.” Sembra scritto dopo un passaggio a Pontremoli, dove il suo proposito è da tempo condiviso e reso operativo nelle "librerie degli onesti" all'angolo delle strade del Centro. L'incrocio e la condivisione dei libri come innovativo stile di vita e non romanticheria d'appassionati. Un'idea nata qui.
Anche il contestato articolo di Alessandro Baricco sui finanziamenti pubblici al teatro e alla cultura un poco ci riguarda. Tra le tante sollecitazioni ci propone anche un teatro finanziato non solo dallo stato ma anche dalla libera iniziativa di cittadini e mercato. "Il mondo della cultura e dello spettacolo, nel nostro Paese, è tenuto in piedi ogni giorno da migliaia di persone, a tutti i livelli, che fanno quel lavoro con passione e capacità: diamogli la possibilità di lavorare in un campo aperto, sintonizzato coi consumi reali, alleggerito dalle pastoie politiche, e rivitalizzato da un vero confronto col mercato. Sono grandi ormai, chiudiamo questo asilo infantile. Sembra un problema tecnico, ma è invece soprattutto una rivoluzione mentale. I freni sono ideologici, non pratici. Sembra un'utopia, ma l'utopia è nella nostra testa: non c'è posto in cui sia più facile farla diventare realtà."
Mi è parso in sufficiente sintonia con le iniziative di Franco Beccari e dei suoi amici per l'"autoproduzione" a Pontremoli di eventi teatrali. Una sorta di scorribanda utopica e ambiziosa nella cultura, per la quale Franco chiede in una recente lettera aperta la "partecipazione attiva" non tanto delle istituzioni o del mercato ma dei cittadini stessi che diventino produttori compartecipi.
L'avanguardia, o almeno le idee innovative, a volte possono fiorire molto, molto vicine a noi.

sabato 14 febbraio 2009

Il volo sbilenco


“Quando ormai si vola, non si può cadere più…
vedi tetti e case, e grandi le periferie…
e vedi quante cose sono solo fesserie”
(Gli Angeli,Vasco Rossi)

Dei lavori di Gino Monacchia, autore che è nato e vive a Succisa, non sapevo praticamente nulla quando, incuriosita, ho acquistato “Il volo sbilenco” e contemporaneamente “Mistero sull’Appennino”, affascinata come sono dai misteri. Figurarsi uno così vicino a noi! Beh, non mi ha deluso questa storia dei primi del ‘900 ambientata ai Brugnarei, un piccolo casolare più o meno tra la Cisa e il Brattello, da dove un giorno scompare il piccolo Dorino di due anni. E’ un crescendo di paura quello che avvolge tutto il paese, fino a quando miracolosamente il bimbo ricompare, sorridente, in buona salute, senza segni di sofferenza, come se qualcuno si fosse preso cura di lui. Il mistero non sarà mai chiarito.
Monacchia raccoglie e ci consegna una delle tante microstorie che sono la storia dei nostri paesi. Forse oggi una vicenda così andrebbe su “Chi l’ha visto”; allora la gente sussurrava della “donna sarvagda” o pregava Santa Zita, protettrice della valle. Un misto di sacro e profano, come erano allora le comunità, oscillanti tra una fervida religiosità e il timore dell’uomo nero, dell’orso peloso, dei fantasmi. “Bisogna pregare… o fare scongiuri” si diceva. Le forze occulte erano sempre in agguato. E ci sembra di vedere quei volti nelle veglie attorno al fuoco raccontarsi le paure e poi ringraziare devotamente la Santa, sorridente e rassicurante.
Più fantastici i racconti de “Il volo sbilenco”, che hanno per protagonista Gì (Gino?). Dall’aereo che si è deciso a prendere , scorge storie che da terra è impossibile vedere: Pontremoli ai tempi di Carlo VIII, una partita di calcio trasformata in guerra, automobilisti che strillano, il Palazzo dove tutti stanno imbullonati alla “cadrega”, ingessati con il sorriso fisso. E altre ancora, attraversate sempre da una vena ironica, che però non è distacco. Monacchia scrive piuttosto in maniera partecipe ed empatica, affettuosa, a tratti divertita. Il racconto più bello è però quello dei quattro ragazzi morti nella bufera di neve che li ha colti di sorpresa sull’Appennino mentre cercavano di tornare a casa per trascorrere con le famiglie il Natale. Era il 1921. Venivano da Parma dove erano andati a lavorare . E’ una storia di migrazione, di fame , di fatica, di speranza. Struggente. Protagonista la Montagna, che copre, che uccide, che nasconde (come Dorino). Madre e matrigna per la gente dei nostri paesi.
Quello di Monacchia è una sorta di “canzoniere”, un tributo alla propria terra, con le sue piccole storie viste attraverso un volo sbilenco. Che è, in fin dei conti, la vita. Sbilenca anch’essa. Ma ricca di cose straordinarie. “Però ti voglio dire…non basta avere gli occhi per vedere e le orecchie per sentire…bisogna metterli nella giusta posizione e prestar loro un’adeguata attenzione…hai capito?”Così dice Gì. Solo così si potrà vedere il cartello “Paese possibile dell’Immaginario”. Il paese dove tutti qualche volta ci rechiamo, per sopportare meglio il Paese reale in cui viviamo.
(by Annacarla)

sabato 13 dicembre 2008

Don't burn after reading

(dipinto di Anna Melli)

"che cosa pensavi di trovare in questo mucchio di parole stampate, la felicità? che idiota devi essere stato.. i libri non sono la vita, tutta questa immondizia può far diventare pazzo un uomo!" (dal film di François Truffaut Fahrenheit 451)


Un autore americano del quale mi sfugge il nome (ahi, come cantava Tom Waits "quando le parole che vorresti usare sono quelle che il tempo ti fa dimenticare!) scriveva su un Venerdì di Repubblica che ogni ambiente in cui viviamo assorbe e manifesta la nostra personalità, le nostre ambizioni, i nostri messaggi . Suggerisce dunque di raccogliere e leggere i messaggi sparsi nelle nostre città e persino nelle nostre case, poiché anche i piccoli ambienti rivelano le nostre ambizioni e il nostro umore. Dice:“I libri che lasciamo in salotto rivelano come ci vogliamo mostrare, i libri sul comodino rivelano come siamo”. Ed i libri che lasciamo nelle cassette delle “librerie degli onesti” all’angolo dei vicoli, cosa raccontano? Sono spesso libri vecchi, rimasti in un angolo dello scaffale per anni. Amori di gioventù o di periodi attraversati da altri umori. Affidati alle cassette di strada raccontano come eravamo. Più di rado sono libri recenti, avuti in regalo e non graditi o acquistati e non piaciuti. E’ più difficile separarsi dai libri amati: ritornano sempre sul comodino oppure ce li portiamo appresso in momenti più oziosi. Non lasciamo facilmente che siano loro a raccontare ad altri come siamo. Curiosare nelle cassette è un piccolo viaggio. Trovare un titolo che ci suscita curiosità o un ricordo e lasciarne un altro che ci ha emozionato o ci ha stufato. Chi legge vive momenti di magica solitudine. Barattare il libro è riallacciare i contatti, partecipare ad una ragnatela di messaggi in una trama infinita di possibilità. Ed il piacere di sfogliare pagine già vissute non è meno intenso del profumo della carta stampata di fresco. Un modo per alleggerire i nostri debordanti scaffali? Anche. Soprattutto un modo per conversare silenziosamente. Don't burn after reading, please.

sabato 13 settembre 2008

Dalla parte di Robin Hood

“La vita è breve e il desiderio è senza fine”
(haiku di Kobayashi Issa)

Mi è capitato tra le mani il libro di Gian Nicola Biscotti “L’invecchiamento, un racconto biologico”. Confesso, l’ho sfogliato un po’ distrattamente. I titoli dei capitoli (Biologia dell’invecchiamento, Invecchiamento del muscolo scheletrico, ecc) non sono di quelli che catturano l’attenzione di un non addetto ai lavori come me. Ma mi hanno colpito due pagine, la dedica e l’introduzione .
“Dedicato a te”mi ha immediatamente ricordato quella stupenda poesia di Ungaretti dedicata alla madre.
“E il cuore quando d’un ultimo battito / avrà fatto cadere il muro d’ombra / per condurmi, Madre, fino al Signore / come una volta mi darai la mano…….E solo quando m’avrà perdonato / ti verrà desiderio di guardarmi./ Ricorderai d’avermi atteso tanto / e avrai negli occhi un rapido sorriso”.
Nanni ci ha confidato con molta generosità una sua paura, quella della morte, attenuata solo dal sapere che qualcuno ci sarà ad attenderlo. C’è molta dolcezza in questa dedica, un pensiero intimo svelato con pudore ma con sincerità. Timore e pensiero di noi tutti, quel legame morte-vita. La morte di chi ci ha dato la vita e ci attende dopo la morte.
L’introduzione, “Dalla parte di Robin Hood”, è l’appassionata difesa di chi vive nella parte debole della società, per varie ragioni, comprese quelle anagrafiche. Anche qui Nanni ci rende partecipi di un ricordo privato legato alla madre degente in ospedale. L’indignazione provata ha voluto comunicarcela. Quando smettiamo di essere donne per diventare, agli occhi di chi ci assiste, “simpatiche donnine”? Non più persone con una propria dignità, ma corpi che nel migliore dei casi suscitano tenerezza (se non provocano troppi fastidi), nel peggiore, repulsione.
E’ un grido di dolore, quello di Nanni, che è anche il nostro, che ci riguarda. L’indifferenza non è forse il peccato più grande? L'indifferenza di chi soprattutto, per competenze e professione, è più vicino a chi soffre, ma anche di tutti quelli che, con vari pretesti, allontanano lo sguardo.
Non dovrebbe esserci bisogno di evocare Robin Hood in una società che coltiva la memoria del proprio passato attraverso le persone che di quel passato sono state artefici e protagoniste e che ci passano quel testimone che sarà solo momentaneamente nostro.
Spesso prigionieri di un corpo inerte, attraverso sguardi rassegnati o disperati, sono solo sfiorati dalla nostra fretta. Perché esistere è qualcuno che ti accarezza e ti tocca e ti parla. Il silenzio e l’indifferenza sono non esistenza.
Non sono andata molto oltre queste pagine, ma spero che lo faccia chi si occupa di anziani.
(by Annacarla)

sabato 14 giugno 2008

Un libro in valigia

“Per il lettore ogni libro esiste in una condizione di sogno, finchè le mani che lo aprono e gli occhi che lo scrutano non scuotono le parole fino a svegliarle”.
(Alberto Manguel)

Credo che tutti noi, nel compiere il rito della preparazione dei bagagli che ci accompagneranno verso una più o meno breve vacanza, un posticino lo riserviamo a un libro comprato per l’occasione o accantonato durante l’anno con l’intenzione di leggerlo in ferie, quando i ritmi rallentati e l’animo più sgombro, ci permettono un approccio più disteso alla lettura. Per questo a volte capita di ritrovare tracce di sabbia tra le pagine…
Vogliamo scambiarci suggerimenti?

L’anno scolastico è finito, ma i banchi sono ancora caldi e i debiti da saldare non lasceranno che si raffreddino a lungo. “Diario di scuola”di D.Pennac (Feltrinelli), ritorna al tempo in cui l’autore era l’allievo Pennacchioni, ultimo della classe, un vero somaro. Un po’ romanzo, un po’ saggio, un po’ autobiografia, racconta della scuola dalla parte degli asini, con i loro quotidiani insuccessi, la scarsa autostima, la frustrazione nel deludere le aspettative dei genitori. Racconta anche di un sistema-scuola dove gli allievi in difficoltà facilmente si perdono. Non tutti, come dimostra Pennac col suo percorso di riscatto. Meno male che il merito viene attribuito anche ad alcuni buoni insegnanti che non si rassegnano alla “somaraggine”. Sempre meno, forse, ma molto determinati, perché anche se non sembra, ce n’è ancora più bisogno in una società dove se non sei tra i primi (meglio ancora, il primo) non sei nessuno. “Nella nostra società, un adolescente convinto di essere una nullità, è una preda”.

Per chi si fida dei premi letterari, il Pulitzer 2008: “La breve favolosa vita di Oscar Wao” di J.Diaz (Mondatori), è la saga di un giovane dominicano, imbranato e obeso, trapiantato nel New Jersey per sfuggire la tremenda dittatura di Trujillo. Ma non si sfugge alle proprie radici, fatte di superstizioni (come il micidiale fukù, maledizione che perseguita la sua famiglia), luoghi mitici, salvifiche preghiere, sterminati campi di canna da zucchero nei quali spariscono gli oppositori del regime. Sempre innamorato e sempre respinto, Oscar è un personaggio straordinario, circondato da altre figure intriganti e originali ( splendida quella della madre), come solo la letteratura caraibica sa produrre, con una lingua vivacissima, capace di indignare, commuovere, divertire nello stesso tempo. “Una storia non è una storia se non getta un’ombra soprannaturale”.

Per chi ritiene che i libri possano nutrire l’anima e anche il corpo: “Firmino” di S.Savage (Einaudi), l’affascinante storia di un topo che più sfigato non si può, metafora di tutti gli emarginati della terra. Per sopravvivere a una madre ubriacona e a fratelli tiranni, comincia a mangiare i libri della biblioteca-rifugio: bocconi di Flaubert, Joyce, Faulkner; poi impara che un libro buono da mangiare è anche buono da leggere. Questo non servirà certo a renderlo più felice, anzi aumenterà il suo carico di dolore e tedio, perché attraverso l’identificazione coi personaggi letti, capisce che la vita è una farsa tragica, straziante e ridicola. Conosco l’accusa di plagio mossa all’autore, ma non mi sembra che questo tolga nulla a Firmino, il ratto più infelice della letteratura.

“Ninna nanna per piccoli criminali” di H.O’Neill (Mondadori) è la storia di Baby, dodicenne orfana di madre che vive con un padre inaffidabile che entra ed esce da centri di disintossicazione e da prigioni. Anche lei va e viene da centri di accoglienza e case-famiglia. Una discesa agli inferi per Baby, cui non viene risparmiato alcun putridume e che solo la fine lascia intravedere un timido domani migliore. Dal letame nascono i fior. “ A ben pensarci, la cosa più preziosa che ci viene tolta nella vita è l’infanzia”.

Una lettura non proprio da spiaggia, una lettura per non dimenticare: “Raccontami un altro mattino” di Zdena Berger (Baldini e Castoldi). Kafka diceva che bisogna leggere solo i libri che” mordono e pungono”, quelli che “sono un pugno sul cranio”. E ancora per lui “il libro deve essere come la scure per il cuore gelato dentro di noi”. Sicuramente avrebbe apprezzato questo, se avesse potuto leggerlo. E’ la storia di Tania, scampata ai campi di Terezin, Auschwitz, Bergen Belsen, dove ha compiuto i suoi 20 anni. Liberata nell’aprile ’45, torna a Praga, poi Parigi e la California. Cresce in lei il bisogno di raccontare (come Primo Levi). Il romanzo esce nel ’61, oggi ristampato. Semplice, potente, straziante, penetra nel regno del male, ci fa partecipi dell’orrore, ma anche della voglia di non arrendersi, di sperare sempre in un futuro possibile. E’ un viaggio nel cuore della tenebra e poi una risalita verso una faticosa rinascita. L’autrice dedica il libro a quelli che non hanno vissuto un altro mattino.

Per chi ha letto e amato “Donne con gli occhi grandi”, torna la messicana Angeles Mastretta con una raccolta di racconti “Mariti”(Giunti). A dispetto del titolo le protagoniste sono le donne, le stesse del primo, ora più mature, consapevoli e anche un po’ sgualcite dalle disillusioni dell’esperienza. Il corpo è più vecchio, ma il cuore è ancora imprevedibile e appassionato. “I mariti sono uno stato d’animo”.

Per chi non ama la narrativa “L’epoca delle passioni tristi” di M.Benasayag e G.Schmit (Feltrinelli). Gli autori sono due psichiatri che operano nel campo dell’infanzia e dell’adolescenza e che si interrogano sulle cause della sempre maggiore richiesta d’aiuto loro rivolta da parte delle famiglie. Viviamo in un’epoca dominata da quelle che Spinoza chiamava “le passioni tristi” e non riferendosi alla tristezza del pianto ma all’impotenza e alla disgregazione, alla perdita di fiducia . I problemi dei ragazzi non sono altro che il segno di una crisi della cultura moderna una volta basata sull’attesa di un roseo futuro, ora sempre più minaccioso. Come se ne esce? Ricette infallibili non ce ne sono ma “l’ascolto” può diventare la formula magica. La parola come metodo terapeutico.
(by Annacarla)

sabato 2 febbraio 2008

Lavoratrici e madri

(*)

"Siamo costrette a fare le donne-giocoliere, quelle che tengono insieme tutto: lavoro a casa , lavoro fuori, mille incastri, tante responsabilità".
Chiara Saraceno

E' uscito "Il corpo e il sangue d'Italia. Otto inchieste da un paese sconosciuto"ed. Minimum fax., un volume a più mani curato da Christian Raimo. Il paese sconosciuto è ovviamente l'Italia, gli autori sono 8 giovani giornalisti e scrittori che indagano diverse realtà nostrane con un approccio nuovo, cioè con un coinvolgimento e una partecipazione personale abbastanza lontani dal reportage tradizionale. Tra di loro c'è Silvia Dai Prà, nostra concittadina, autrice de "La bambina felice", da noi già segnalato quest'estate.
Il suo lavoro, "Cuor Crocifisso", prende il titolo da un verso di una poesia di Ada Negri che l'autrice ha imparato alle elementari, in occasione della festa della mamma, infatti il riferimento è al cuore sanguinante di una madre che si annulla per amore del figlio.
Silvia prende spunto dal Family Day, durante il quale ha intervistato varie partecipanti per poter analizzare qual è oggi la situazione della donna che lavora e il suo rapporto con la maternità.
Ne emergono riflessioni piuttosto amare, inquietanti, anche se non del tutto sorprendenti e che si possono riassumere in un dato di fatto: l'incompatibilità tra gravidanza e lavoro. Per le trentenni d'oggi, che sentono ticchettare sempre più forte l'orologio biologico, mentre ancora devono entrare a pieno diritto nel mercato del lavoro, non ci sono molte alternative. Il mercato considera la dipendente donna affetta dal "rischio maternità", pertanto tende a non assumerla oppure a proporle contratti in nero.
"Flessibilità" è oggi la parola magica, ma per la donna questo non si traduce in aiuto nel conciliare famiglia e impiego, spesso è invece non rinnovo del contratto quando scade, oppure un part time che ti lascia sì modo di conciliare tempi di lavoro e tempi di vita ( ovviamente a stipendio dimezzato), ma che crea sottoccupazione, precarietà, impossibilità di carriera.
L'unico settore dove si può essere contemporaneamente lavoratrice e madre è quello dell'istruzione pubblica: un paradiso, anche se raggiunto a caro prezzo, dopo anni di precariato.
Se l'inchiesta fosse riconducibile solo a quest'analisi, non si distinguerebbe da tante altre, Silvia però si mette in gioco: le difficoltà della trentenne aspirante lavoratrice/madre, sono le sue difficoltà. Più che interviste sembrano ricerche di una risposta a un'esigenza personale, è la sua ansia quella che emerge quando racconta di Angela, Elisa e le altre. Ricorda con lucidità le Grandi Donne della sua formazione (de Beauvoir, Woolf, Nin, Morante , guarda caso tutte donne che non hanno avuto figli).
E poi un altro ricordo affettuoso, quello della Bianchina, la bisnonna ultracentenaria, che ha cresciuto figli, nipoti e bisnipoti cucinando, ma anche giocando e raccontando fiabe alternate a racconti di guerra. La Bianchina, come tutte le nostre nonne, non ha mai messo in discussione il ruolo che storicamente le era stato assegnato (figli, marito, famiglia), e che ha perpetuato per 3 generazioni.
Infine ci si interroga sui papà. Dove sono? Quando una donna rivendica qualcosa per sé, si procura ansia e sensi di colpa. E gli uomini? Chi è disposto a rinunciare alla carriera per star vicino ai figli?
Le riflessioni di Silvia mi trovano perfettamente d'accordo..
Credo anch'io che la rigidità dell'organizzazione del lavoro e dell'impresa oggi penalizzi la donna: a causa dell'alea della gravidanza a parità di primo impiego lo stipendio della donna è inferiore del 12% a quello degli uomini. E il trend non cambia nel tempo. C'è inoltre la discriminante culturale per cui il potere resta saldamente in mano agli uomini che in esso si riconoscono e investono. Le donne spesso non sanno valorizzare quello che fanno, risultato di una bassa autostima e della dimensione gratuita che il lavoro femminile ha sempre avuto.Eppure il lavoro della donna è il vero motore dell'economia italiana, la produzione-ombra che non è pagata. Il lavoro svolto all'interno del focolare, se misurato, varrebbe quasi il 33% del Pil (più di 400mila milioni di euro.
Sono conclusioni amare quelle cui giunge Silvia, c'è un senso di tristezza e frustazione nel suo "è così, che vuoi farci?" che sembra un po' in contrasto con la grinta che il suo percorso lascia trasparire. O forse, pur consapevole del fatto che "a furia di respirar rassegnazione, quella rassegnazione ti si attacca addosso", è altrettanto determinata a scrollarsela di dosso.
(by Annacarla)

(*) Le due gemelle
dipinto di Vittorio Zani

sabato 15 dicembre 2007

Quattro passi in libreria


"Un libro deve essere l'ascia adatta al mare ghiacciato che c'è dentro di noi"
F. Kafka
Sottrarsi non si può! Il regalo di Natale è l' inevitabile tributo che paghiamo per non sentirci esclusi dal rituale dello scambio e dell'augurio, è l'affermazione che non ammette l'esclusione, è un'ansia che ti opprime fino a quando non hai incartato l'ultimo pacchetto. Possiamo cavarcela senza dissanguarci, senza sensi di colpa per gli sprechi, anzi con la convinzione di aver svolto un compito impegnativo in modo intelligente? Certo che sì. Con un libro. C'è un libro per tutti. Vogliamo provare?
Per chi legge solo la sera, magari a letto, perché il giorno ha mille impegni da rispettare, un romanzo breve come una notte: "Mal di pietre" di Milena Agus, ed. Nottetempo. Bello già dalla citazione iniziale "se io non ti incontrerò mai, fa' che almeno senta la tua mancanza", è la storia di una nonna un po' pazza e molto sognatrice (tranquilli, niente a che vedere con "Va' dove ti porta il cuore").
Per chi dice che gli zingari sono sporchi, ladri e rapiscono i bambini. Forse alla fine del romanzo guarderà con occhi diversi quel bimbo rom che chiede l'elemosina. "Zoli. Storia di una zingara", di Colum McCann, la vita di una donna che ha attraversato le tragedie di un secolo, vittima del male e dell'indifferenza, condannata al silenzio perché gli zingari non hanno voce e, se la tirano fuori, poi ne subiscono le conseguenze.
Per chi paga salato lo psicanalista per liberarsi delle sue paure, "Lettino" di Martha Medeiros, ed. Cavallo di ferro. Costa molto meno di una seduta, è molto più divertente e terapeutico; forse non ti libererà dalle paure ma ti strapperà un sorriso e ti darà un po' di coraggio per affrontarle.
Per chi ha le idee confuse sugli adolescenti, un romanzo che gliele confonderà ancor di più,"Il gioco dell'impiccato" di Imma Turbau, ed. Castelvecchi. Comunque sfaterà il mito (per chi ancora ci crede) dell'innocenza dei ragazzi, che sono capaci di passioni e violenze come gli adulti e purtroppo hanno meno strumenti per gestirle senza lasciarsene sopraffare.
Per chi non ammette una lista senza un giallo, "I casi dimenticati" di Kate Atkinson, Einaudi. Definirlo giallo è però restrittivo: tre casi giudiziari di cui sono protagoniste tre donne, casi insoluti, non dimenticati , intrecciati, risolti dopo tanti anni, quasi per caso, quel caso che tanta parte ha nel destino delle persone, ma non in queste morti che casuali certo non sono.
Per chi ha un figlio che non legge ( ma anche per chi ama le favole), "La principessa sposa" di William Goldman, ed. Marcos Y Marcos. Se non c'è il libro perfetto per appassionare alla lettura, allora lo si scrive. L'importante è il risultato, ottenuto con racconti di duelli, veleni, amore, odio, tutto condito con romanticismo e ironia.
Per chi vuole una cura infallibile per ogni malattia, "Libroterapia" di Miro Silvera, ed. Salani.Un viaggio nel mondo infinito dei libri, perché " i libri curano l'anima". Non è un romanzo, ma il ricettario di un "libroterapeuta", convinto che i libri curino ogni male, compreso il male di vivere. Unico effetto collaterale: possono dare assuefazione.
E poiché io sono ormai irrimediabilmente assuefatta, mi piacerebbe che qualcuno condividesse con me le sue letture, con suggerimenti e consigli.
La lista può continuare. Se volete, continua.

(by Annacarla)

sabato 24 novembre 2007

La città dei libri


"Chi è messo alle strette o ha il cielo o ha i libri" scriveva Erri De Luca in un libretto, autobiografico e denso, dal titolo "Altre prove di risposta".
Se le biblioteche della provincia di Massa Carrara sono - così risulta - le meno frequentate della regione è evidente che non ha trovato rifugio nei libri questo territorio e questa città tante volte ficcati in un angolo. E' stato dunque il cielo il suo orizzonte? Forse neppure quello. La via d'uscita è stata più spesso la fuga. Fuggire, scappare, emigrare, correre via.
Eppure.
Eppure, quando vedo che Ottavio, con un post tutto dedicato ad un piccolo grande direttore di biblioteca, riesce a stimolare i più numerosi e accorati commenti in questo piccolo blog; quando vedo che l'informale invito "magari potremo fare qualcosa..." di Sara - che saluto e ringrazio - sembra ridestare sopite emozioni negli ingannati amanti della biblioteca devastata; quando vedo che quella piccola grande proposta chiamata "libreria degli onesti", che ha portato per strada i libri con spirito non mercantile, ha destato tanto godimento e favore da divenire un'apprezzata consuetudine, allora qualche speranza riprende fiato. Sono dettagli che dovremmo gustare. Forse la "città del libro" non è stata solo un'inutile vanità a suggello di un Premio Bancarella vacuo e strumentale. Forse esiste davvero una città dei libri, pur timorosa e modesta ma non sopita. Come un brulichio di forze sbriciolate ma non disperse, che desiderano ricreare le proprie connessioni.

sabato 14 luglio 2007

La bambina felice

"La bambina felice" è il romanzo d'esordio di Silvia Dai Prà, giovane scrittrice di origine pontremolese. La recensione è di Annacarla, nostra collaboratrice per l'occasione.

"In materia di libri, esistono mille approcci, mille agganci: un autore, un paese, una conoscenza, un genere, delle circostanze, uno stato d'animo, una stagione, una casa..
Tante cose: Tutto è pretesto per.
Nulla è indifferente."
Annie Francoise "La lettrice"

Ecco, per questo libro io ho trovato più di un aggancio: l'autrice, i luoghi: Massa, Parma ("Parma"?), i personaggi della storia (certo, i nomi.ma un nome non può mascherare la persona che quel nome ti richiama alla mente). E anche la casa in campagna. Tante cose. Vero, nulla è indifferente. Il romanzo non mi ha lasciato indifferente, perché sarebbe stato come essere indifferenti verso una parte del proprio passato. Certo, è un romanzo.
"La bambina felice"é un romanzo di donne e non solo di tre donne sole.
C'è anche la nonna, elegante e austera, che da giovane assomigliava a Greta Garbo, una matriarca un po' fredda; poi la maestra tedesca, amante più di tutto della libertà ("la libertà è come la radice che permette al fiore di sbocciare"). C'è Lisa, la sorella di Elena,bella e sorridente, che affrontava la vita con passione ed ironia, ma ha scelto di morire a 28 anni, quando tutto le era diventato insostenibile. Ci sono le donne del gruppo antistupro, disincantate, tristi, un po' invidiose.
Le tre protagoniste: Giulia, la primogenita, somigliante a Brooke Shields,che passa dalla bulimia all'anoressia, si sente "sfigata" per il suo corpo non perfetto, e intanto ingoia chili di gelato e una confezione di pasticche.
Elena, incinta a 17 anni, dagli occhi grandi e verdi nel viso ormai triste. A 34 anni ha rinchiuso i vestiti colorati in un armadio, come ha rinchiuso da qualche parte dentro di sé i suoi sogni, la sua voglia di leggerezza. E' combattuta tra la spinta ad essere adulta e quella a lasciarsi andare, tra la diffidenza verso il sesso ( una scocciatura che le ha portato solo due bambine) e il desiderio di tenerezza, mentre insegue una serie di modelli irraggiungibili, i Giganti. Simona, la bambina felice, la chierichetta perfetta, con la faccia da peste. Si sente Dio, ma il suo mito è Madonna, la dea nella quale cerca conforto e conferme ("tutto bene, Simo".) S'impone sempre di essere forte e, all'occorrenza, anche aggressiva, ruba i motorini, fa a botte coi maschi.
Romanzo di donne, anche perchè gli uomini di questo romanzo non sono proprio granchè, figure di secondo piano. Verrebbe da dire, come Lucia e Olivia: "tutti stronzi". Pierpaolo, insignificante e spaventato; Luca, il fighetto, crudele nella sua superficialità e naturalmente Giuliano, l'idealista e sognatore (tanto a tenere i piedi per terra ci pensano le donne!),che vuole trasferirsi dove c'è movimento e lotta, e poi, quando il giocattolo è rotto, abbandona la famiglia e insegue i suoi sogni in Africa.
Impossibile non ricordare Lotta Continua e il suo imperante maschilismo.
"La bambina felice" è anche un romanzo di formazione. Simona, forte per necessità, proietta la figura del padre in Ken, diventato il Diavolo Ken dopo che ha lasciato Barbie. Perde poco per volta i suoi punti di riferimento: Fabio, l'amico d'infanzia; Giulia, concentrata nelle sue difficoltà di vivere; la madre, per la quale è una bambina felice. Anche Madonna sembra vicina al declino. Infine il padre, ultima ancora di salvezza, si rivela un perdente: è un vecchio dalla barba incolta che abita una casa con chiazze di muffa sui muri. Vittima della depressione e della solitudine, non solca più i mari, non crede più nella rivoluzione. Occorre prendersi cura di lui; lo farà Giulia, costretta a passare dal ruolo di "fidanzata" a quello di moglie-badante.
Ma Simona è cresciuta, è diventata una ragazza perbene, brava a scuola, sicura nella sua nuova vita in Versilia. Una resurrezione, come quella di Madonna.
"La bambina felice" è un romanzo di luoghi ed atmosfere: Massa, una città speciale, coi monti bianchi di marmo e il mare, dove crescono gli aranci come al Sud, ma anche con la Cambogia Nera e la Farmoplant. "Parma", con le sue strade rassicuranti e conosciute, gli incontri con gli amici, i profumi della campagna.
E proprio nella casa in campagna è stata scattata la foto che accompagna la storia: quattro persone felici, sorridenti come non sono più state. E' la foto di un passato che ciascuno rievoca a modo suo.
Altro ancora? Sì, pagine compiute, una scrittura semplice e matura nello stesso tempo, ricchezza di dialoghi, di riflessioni e descrizioni. Sono pagine che trasudano forza, voglia di raccontare e raccontarsi, a tratti anche con ironia, ma non con distacco. Con grande coinvolgimento, piuttosto e si capisce che tutti i personaggi sono più vicini di quanto la formula "tutti i fatti." voglia far intendere, guidati per mano nel loro percorso di crescita.
C'è affetto, in queste pagine.
Tre donne sole. Ma tre donne che ce l'hanno fatta.
Sotto il cielo di Pontremoli, questa storia ci ha lasciato in sospeso: quella ex bambina è ancora felice?
(by Annacarla)

sabato 28 ottobre 2006

Al vento di Laura

Ho ancora sul comodino questo "Al vento del nord" di Laura Seghettini. Un libro che appassiona, tant'è che ho aperto la bottega in ritardo, stamani, per poterlo terminare. Una storia di vita partigiana che questa città ha ignorato a lungo. Una storia nella quale rivedo la mia storia.
Non è mia intenzione commentare il suo racconto bensì le tre prefazioni che lo precedono e le due postfazioni che lo concludono. Sì, proprio così. Ben sette persone entrano nel suo libro con commenti, precisazioni, celebrazioni, interpretazioni, particolari di contesto, note a volte utili a volte ripetitive e lampi di retorica che stridono con il sobrio e piano racconto di Laura. A me è parsa un'invasione di campo, un pesante cappello, un tentativo di avvolgere il suo racconto quasi ad incartarlo. Pensando di darle calore, in un eccesso di custodia, le hanno posto sulle spalle non uno scialle ma un fardello.
Laura è persona garbata ed il suo vento la porta a volare su cieli più alti.
Noi a volte non riusciamo proprio a staccarci da terra, nella quotidiana ricerca di quel soffio di vento. E non possiamo neppure sperare che un libro ci insegni a volare, perché ci tocca di scoprirlo da soli, per prove ed errori.